Autore: Annalisa Morgese

Il contratto come progetto, non come formalità

“The Bench” 25 Marzo 2026

Bari – Un confronto aperto tra professionisti dell’architettura e imprese ha acceso i riflettori su uno dei nodi più critici del settore: il contratto. Non più semplice documento amministrativo, ma strumento strategico, culturale e progettuale.

 

 

Nel nuovo appuntamento di “The Bench” promosso da Archimake, architetti, imprese e consulenti si sono confrontati su un tema tanto tecnico quanto decisivo: la ridefinizione del contratto professionale come parte integrante del processo progettuale.

Il punto di partenza è chiaro: il contratto non serve solo al cliente, ma prima ancora allo studio. È uno strumento che consente di definire metodo, perimetro e valore del lavoro, canalizzando aspettative e responsabilità sin dalle prime fasi. Una presa di posizione netta che segna un cambio culturale: dal progetto come risultato finale al progetto come processo strutturato.

 

Dalla complessità alla consapevolezza

Uno dei temi centrali emersi riguarda la complessità reale del cantiere, spesso sottovalutata dal committente. Tra lavorazioni, forniture, vincoli amministrativi e coordinamento tra figure diverse, il progetto diventa un sistema articolato che richiede gestione e previsione.

In questo contesto, il ruolo del progettista evolve:
non più solo autore del disegno, ma regista di scenari, capace di anticipare criticità, proporre alternative e costruire piani B. La progettazione preliminare assume così un valore strategico, diventando la fase in cui si concentra l’analisi più profonda e, paradossalmente, anche quella a maggiore valore economico.

 

Il contratto come strumento di riduzione del rischio

Maggiore è la capacità di esplicitare la complessità all’interno del contratto, minore è il rischio di contenziosi e sforamenti. La chiarezza genera corresponsabilità: tutti gli attori coinvolti – progettisti, imprese, fornitori e clienti – diventano parte attiva di un sistema condiviso.

Tra le proposte emerse, prende forza l’idea di contratti articolati per fasi, che riflettano le diverse tappe del progetto:

  • Fase preliminare – definizione dell’idea e del budget di massima

  • Fase progettuale – sviluppo tecnico ed economico

  • Fase esecutiva – realizzazione e direzione lavori

Ogni fase è autonoma, con un proprio valore economico e un output chiaro. Un modello che tutela il professionista e, allo stesso tempo, accompagna il cliente in un percorso di maggiore consapevolezza.

 

Il nodo culturale: educare il cliente

Più che giuridico, il problema è culturale.
Molti committenti faticano a riconoscere il valore del lavoro preliminare o a comprendere perché un progetto debba essere pagato anche prima della sua realizzazione.

Da qui emerge una sfida condivisa: educare il cliente al processo.
Spiegare che il progetto non è un prodotto finito, ma un percorso fatto di scelte, variabili e responsabilità. E che proprio questa complessità è ciò che garantisce qualità, tempi e risultati.

 

Nuove frontiere: comunicazione, tempi e responsabilità

Il dibattito ha toccato anche aspetti spesso trascurati nei contratti tradizionali:

  • Diritti di comunicazione e paternità del progetto (citazioni, pubblicazioni, social)

  • Gestione delle tempistiche non controllabili (iter amministrativi, forniture)

  • Regole di interazione con il cliente (orari, revisioni, modifiche)

  • Coinvolgimento di consulenti esterni e responsabilità correlate

Elementi che, se non esplicitati, diventano terreno fertile per incomprensioni e conflitti.

 

Verso una “buona prassi” condivisa

L’incontro si è chiuso con una prospettiva concreta: trasformare il confronto in un percorso strutturato. L’obiettivo è sviluppare modelli contrattuali condivisi all’interno della community Archimake, capaci di dialogare anche con gli Ordini professionali e contribuire alla definizione di nuove buone pratiche.

Non un contratto perfetto – impossibile per definizione – ma uno strumento evoluto, flessibile e aderente alla realtà del lavoro contemporaneo.

 

 

In sintesi, da “The Bench” emerge una visione chiara:
Il contratto non è un vincolo, ma un alleato.
Non è burocrazia, ma progetto.
E soprattutto, è uno dei principali strumenti attraverso cui l’architettura può riaffermare il proprio valore.